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Come si controllano le masse

mercoledì 9 dicembre 2009

“Una leucemia fulminante ha ucciso mio marito a 29 anni". La lettera della vedova di un reduce dalla Somalia


Buongiorno, sono la moglie di un ragazzo di 29 anni morto a settembre 2004, per colpa di una malattia maledetta "Leucemia Fulminante". E' successo tutto in tre giorni, senza neanche capire cosa stesse accadendo. Nel 1992 ha svolto il servizio militare nella Folgore come paracadutista, circa 2 anni dopo e' andato in missione in Somalia, sempre come paracadutista.

La mia triste e brutta storia inizia nel settembre del 2004, in vacanza. Da premettere che la mia attuale figlia era nata da 40 giorni. Mio marito si svegliò una mattina dicendo che aveva la febbre, andò dal dottore che gli diede un antibiotico generico. Verso sera la febbre calò, la mattina seguente si svegliò dicendomi che urinava sangue e così di corsa andammo all’ospedale di Andria (Puglia). Qui lo tennero in pronto soccorso fino alle 11.30, una infermiera mi disse che non era niente, anzi mi accennò solo che erano delle vene che erano "impazzite". Mi disse anche che bisognava trasportato in un altro ospedale, quello di Trani. Ci fecero andare in macchina, perchè lui poteva guidare. Quando arrivammo all'ospedale di Trani c'era già ad aspettarci il primario, il quale, avendo saputo che non avevamo preso l'ambulanza, si arrabbiò, perchè in quel contesto mio marito non poteva assolutamente guidare, visto la gravità della situazione di cui noi però non sapevamo ancora nulla.

Lo ricoverarono subito e fecero svariati esami, compresa l'aspirazione del midollo dallo sterno, dopo ore lo rividi e lui mi disse che gli faceva molto male, ma io non capii ancora la gravità della cosa, nessuno mi diceva niente. Nessun dottore parlava, ero assorta solo dalle parole di mio marito il quale con voce pacata e quasi di rassegnazione mi raccomandava di dare il latte ad Angelica e mi consolava LUI, dicendomi di non piangere. Mio marito aveva una grande forza d'animo, queste furono le sue ultime parole, perchè poi ebbe un’emorragia e entrò in coma.

A questo punto il dottore finalmente si presentò al mio cospetto, dalla sua bocca uscirono queste testuali parole: “suo marito ha avuto una leucemia fulminante che gli ha provocato la paralisi del lato destro”. Ma neanche loro sapevano quanto potesse andare avanti così. Iniziò un vero calvario con trasfusioni, esami ecc. Chiedendo il perché di tutto ciò mi dissero che forse la causa scatenante poteva essere nella missione di mio marito in Somalia.

Sabato 10 settembre alle 14.30 ci chiamarono per dirci che lui non c'era più. Io mi porto ancora oggi una rabbia alla quale non riesco a dare sfogo e tregua perchè mi chiedo sempre: “perchè a me?”, “perchè a lui? alla nostra famiglia, alla nostra figlia appena nata?”

Il ricordo di mio marito è sempre vivo in me e negli occhi di mia figlia, lui vive non solo dentro i nostri cuori ma è presente con le sue immagini ovunque, in casa, a lavoro. Questo per non scordare mai l'uomo che ho amato e che sempre amerò e per ricordare anche a mia figlia l'amore che quest'uomo ha donato, se pur per breve tempo, a tutti noi. So che ci sono tante altre storie come la mia, chiedo se e' possibile far qualcosa per evitare che giovani e meno giovani paghino per gli errori degli altri.

Diossine nel latte e nell’aria di Brescia e inceneritore Asm-A2A

Brescia è nota per il “caso Caffaro”, il più grave inquinamento da diossine e PCB all’interno di
una città, più precisamente nella porzione sud-ovest.
Recentemente, al di fuori del “sito inquinato di interesse nazionale Brescia - Caffaro”, nella
porzione sud-est di Brescia, sta emergendo una contaminazione da diossine e PCB, diversa da
quella del “caso Caffaro”, ma comunque preoccupante, in aree che circondano a corona
l’inceneritore Asm-A2A: ma secondo alcuni questo impianto andrebbe assolto “a priori”.
1. Diossine e PCB nel latte di 18 cascine nella zona sud-est di Brescia
Il nuovo “caso” scoppia pubblicamente a metà dicembre 2007. Tre aziende agricole dell’hinterland
di Brescia, ma al di fuori del “sito Caffaro”, che conferiscono il loro prodotto alla Centrale
comunale del latte si vedono bloccate le rispettive partite per le elevate concentrazioni di diossine
totali, superiori ai nuovi limiti imposti dall’Ue (Pietro Gorlani, Tracce di diossina nel latte La
«partita» subito bloccata. Fermo totale per tre aziende agricole dell’hinterland della zona sud-est.
Sotto osservazione altri sette allevamenti, “Bresciaoggi”, 16 dicembre 2007). Ma successivamente
sarebbero ben 18 gli allevamenti vittime della contaminazione che presenteranno livelli
anomali, anche se inferiori, di diossine nel latte.
Il problema della contaminazione del latte da diossina è emerso solo ora perché, nel calcolo della
concentrazione della tossicità delle diossine, sono stati recentemente inclusi i PCB diossina-simili.
Questi composti (diossine e PCB) sono ormai ben conosciuti dai cittadini bresciani per la nota
vicenda Caffaro che ha rivelato come nel loro sangue siano presenti in quantità di molto superiore a
quella che si registra in altre realtà, pure contaminate.
Le nuove normative, entrate in vigore nel 2007, sono: il Decreto Ministero della Sanità 10 gennaio
2007 in Attuazione della Direttiva 2006/13/UE relativa alle sostanze indesiderabili
nell’alimentazione degli animali; la Raccomandazione della Commissione UE 6/2/2006 relativa alla
diffusione della presenza di diossine, furani e PCB nei mangimi e negli alimenti; il Regolamento
UE 1881/06 che definisce i tenori massimi di alcuni contaminanti nei prodotti alimentari,
Il Regolamento UE 1881 del 2006 stabiliva per il latte i nuovi limiti di 6 picogrammi/TEQ per
grammo di grasso (intendendo la tossicità equivalente, TEQ, comprensiva, oltre che delle diossine,
PCDD, e dei furani, PCDF, anche dei PCB diossina-simili), con un massimo di 3.0 pg/g di grasso
per la somma in TEQ di PCDD e PCDF. Tale limite, entrato in vigore il 1 marzo 2007, era
accompagnato anche dalla pubblicazione di una Raccomandazione UE (n. 88 del 6 febbraio 2006)
che stabiliva, per parte sua, un limite di attivazione dell’ autorità competente per la ricerca delle
cause dell’inquinamento e per la sua riduzione, al superamento della concentrazione di 2.0
pgTEQ/g di grasso di PCDD + PCDF + PCB.
Infatti, nella Raccomandazione l'Unione Europea afferma che i limiti di azione “sono uno strumento
ad uso delle autorità competenti e degli operatori per evidenziare i casi in cui è opportuno
individuare le fonti di contaminazione e prendere provvedimenti per la loro riduzione o eliminazione”.
La tossicità di questi composti è ben nota: sono sostanze cancerogene, ma che possono produrre
anche altri effetti molto più subdoli, sul sistema endocrino e sullo sviluppo embrionale. Inoltre
va ricordato che queste sostanze sono particolarmente insidiose in quanto biaoaccumulabili e
persistenti: ogni quantità assunta giorno dopo giorno si accumula alle precedenti che vengono
eliminate pochissimo e con ritmi particolarmente lenti, negli anni, dall'organismo. Per questo è
necessario ridurne l'assunzione soprattutto per i cittadini bresciani, già “storicamente” contaminati,
e per i bambini in particolare.
2. L’inceneritore Asm assolto “a priori”
Anche in questo caso (e lo stesso film si ripeterà per le diossine nell’aria), il Comune,
proprietario dell’inceneritore Asm, si è affrettato ad addossare la colpa ad una generica
“storia industriale di Brescia”: “Quel che è certo secondo Brunelli [all’epoca Assessore
all’Ambiente del Comune di Brescia dei Verdi. nda] è che bisogna guardare altrove rispetto
all’inceneritore «perché affermare che l'inquinamento del terreno è dovuto al termoutilizzatore non ha
senso, dal momento che è stato dimostrato che le diossine emesse nell'arco di dieci anni di attività non
riescono ad accumularsi e penetrare significativamente nel terreno, perché presenti in quantità
trascurabile, e soprattutto con effetti ridotti perché nel tempo si modificano, una volta emesse
nell'atmosfera». Guardare altrove, dunque, e per questo Brunelli suggerisce di concentrare l'attenzione sulla
storia industriale di Brescia, dal secolo scorso e anche prima, quando ancora non esistevano sistemi e
norme per limitare i danni delle emissioni ambientali” (Lisa Cesco, Per l'assessore Brunelli «l'agricoltura
nell'hinterland è ormai quasi impraticabile. Bisogna riconvertire», “Bresciaoggi”, 19 dicembre 2007).
Quindi vengono citati i campionamenti del territorio bresciano (città e comuni dell’hinterland),
svolti negli anni ‘94, ‘96 e ‘97 a cura dell’Asl di Brescia, finalizzati a conoscere lo stato dei suoli
prima dell’avviamento dell’inceneritore, che segnalarono la presenza di tracce di inquinanti (PCB e
metalli pesanti) al di sopra dei limiti di legge, in un range, per quanto attiene i PCB, tra i 20 e i 200
μg/kg di terreno (Pietro Gorlani, Alla Pastori una mucca al PCB. Valori tre volte più alti della
legge, “Bresciaoggi” 25 gennaio 2008). Se ciò fosse stato vero, cioè se fin d’allora si avesse avuta
consapevolezza che i terreni attorno all’inceneritore erano già contaminati, un normale principio di
precauzione avrebbe dovuto indurre il Comune di Brescia a bloccare la costruzione del proprio
inceneritore (terminata nel 1998) in quell’area, assolutamente inidonea ad ospitarlo, visto che dallo
stesso vengono emessi PCB, diossine e metalli pesanti. Ma, come vedremo più avanti, la storia è
ben diversa e più complessa.
Successivamente scende in campo direttamente la stessa Asm. Ci si affretta, così, ad affermare
che l’inceneritore ne sarebbe estraneo perché le diossine sarebbero originate da mangimi acquistati
in altre zone, come avrebbe imprudentemente dichiarato il Presidente di Asm, ing. Renzo Capra
“…è stato accertato che la colpa è di mangimi provenienti da fuori” (Massimo Tedeschi, Capra:
“Siamo i migliori perché investiamo”, “Bresciaoggi”, 10 gennaio 2008). Sennonché sarebbe
risultato che le 18 aziende della zona sud di Brescia, che avevano le diossine nel latte al di sopra dei
limiti raccomandati dall’Ue per la tutela della salute (2 pg/gr di grasso), nel momento in cui hanno
smesso di alimentare le mucche con prodotti vegetali propri, siano rientrate nella norma (Pietro
Gorlani, Latte al PCB, ora è sicuro: la responsabilità è dei terreni, “Bresciaoggi” 11 gennaio
2008).
Anche l’Asl, recentemente, supportata da tutto l’establishment istituzionale (compreso il
Comune di Brescia, proprietario dell’impianto) ha voluto sancire l’innocuità
dell’inceneritore: “Sembra, invece di poter escludere un contributo di rilievo da parte
dell’impianto di termovalorizzazione dei r.s.u. ed assimilabili ex ASM, ora A2A, sia per la sua
relativamente recente installazione (1998) sia perché, in fase di sua realizzazione, il problema dei
POP era già conosciuto ed è stato affrontato con il controllo delle temperatura di combustione dei
rifiuti, costantemente mantenuta attorno ai 1000 °C e con l’installazione un sistema di relativo
controllo. Infine, i controlli di POP nelle emissioni, effettuati tre volte l’anno dall’Istituto ‘M.
Negri’ di Milano, hanno consentito di stabilire che i valori di emissione sono entro i limiti della
norma” (Asl di Brescia, con il contributo di Comune di Brescia, Provincia di Brescia, Università
degli Studi di Brescia, Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente della Lombardia, Sito
d’interesse nazionale Brescia Caffaro ed altre aree inquinate nel comune di Brescia. Risultato delle
indagini sanitarie ed ambientali al 30 aprile 2008, Brescia settembre 2008, cap. 12, p. 12).
Così pure uno studio, “Pastori POPs, che sarebbe stato avviato in aprile 2008 per una durata di 3
anni, avrebbe già accertato “scientificamente”, in soli due mesi, che “la contaminazione non ha
nulla a che vedere con l’inceneritore” e che “le fonti sono altre, sempre dell’hinterland, ma stiamo ancora indagando”. I latini, di fronte a questa fretta, avrebbero detto: “Excusatio non petita,
accusatio manifesta”! Si scopre poi che lo studio in questione, tra gli altri, è finanziato e promosso
dal Comune di Brescia, proprietario di Asm-A2A, e dalla stessa A2A, proprietaria
dell’inceneritore (Da. Bac. Controlli sul latte alla diossina: il colpevole non è l’inceneritore, “Il
Brescia”,. 24 giugno 2008). Siamo in sostanza al solito film, già troppe volte visto a Brescia, dove
il controllato è esso stesso il controllore! Non è quindi possibile prendere sul serio un simile
“studio” ed è superfluo notare come una conclusione anticipata “a priori”, prima dell’effettuazione
di uno studio, sia un ossimoro, una clamorosa contraddizione in termini, un insulto a qualsiasi
decente procedura scientifica. Gli “atti di fede” hanno poco a che pare con la scienza, come si sa.
3. Lo strano caso di un terreno vicino all’Alfa Acciai: PCB nell’erba, ma non nel suolo!
Ma forse si tratta di un “fraintendimento” del giornalista: in realtà lo studio “Pastori POPs”
riguarderebbe solo i terreni gestiti dall’Istituto agrario “Pastori”, ben lontani dall’inceneritore, come
si vede dalla Mappa 1. Di questi uno solo avrebbe evidenziato problemi di contaminazione
nell’erba, quello cerchiato in rosso, adiacente all’Alfa Acciai, indicato con la sigla PAS33 (Arpa di
Brescia, Itas “Pastori e Comune di Brescia, Caratterizzazione dei suoli agricoli di proprietà
dell’Itas “Pastori”, Brescia 21 luglio 2008). L’erba cresciuta su questo terreno è stato sottoposta
dall’Asl a campionamento il 13 giugno 2008 ed è stata trovata contaminata da PCB diossina-simili,
oltre i limiti (pgTEQ/g 1,25), cioè pgTEQ/g 1,333, per cui in data 14 luglio 2008 è stata
assoggettata a sequestro amministrativo (Asl di Brescia, Verbale di sequestro amministrativo, n.
1507, 14 luglio 2008). Circa quindici giorni dopo il Comune vi ha affisso un cartello: “Divieto di
Pascolo. E’ severamente vietato: sfalciare, asportare, utilizzare o disperdere l’erba giacente
sul terreno”.
vedi mappa
http://gendusosindaco.files.wordpress.com/2009/04/diossinelatteariainceneritore.pdf
Ma dall’indagine, prima citata, emergerebbe che in quel terreno la presenza di PCB sarebbe al di
sotto degli attuali limiti di legge (μg/Kg 60), cioè μg/Kg 14,6, anche se superiore ai limiti fissati
precedentemente dal DM 471/1999, cioè μg/Kg 1. Insomma l’erba sarebbe contaminata, mentre il terreno no.
Come spiegare questa apparente incongruenza?
Diverse possono essere le ipotesi:
- Forse, anche questa vicenda sta ad indicare che i limiti per i PCB previsti dal decreto Ronchi DM 471/99
avevano un fondamento e che tutta l’azione svolta, in particolare dal Comune di Brescia, per ottenerne l’innalzamento fu errata, per cui si dovrebbero ripristinare quei limiti abbassando i “nuovi” introdotti dal
DLgs 152/2006.
- Inoltre, va considerata la straordinaria capacità di bioaccumulazione e di biomagnificazione dei
PCB nella catena alimentare, per cui, nei passaggi dai terreni ai vegetali e agli animali, le
concentrazioni vanno aumentando in progressione geometrica. Questa bioaccumulazione potrebbe
variare in relazione ai diversi congeneri di PCB, per cui nei vegetali potrebbero accumularsi
relativamente di più quelli diossina-simili. In questo senso l’erba potrebbe essere considerata uno
strumento efficace per monitorare la contaminazione in particolare da PCB diossina-simili, sia
proveniente dal terreno, che dalle ricadute da emissioni in atmosfera.
- Infine, nel caso in questione, a differenza del “caso Caffaro” in cui la contaminazione fu veicolata
dallo scarico idrico e dall’irrigazione dei campi nel corso di quasi un secolo, i PCB nel terreno
PAS33 potrebbero essere prevalentemente originati da ricadute recenti da emissioni in atmosfera di
impianti industriali (Alfa Acciai e/o Inceneritore Asm): quindi la metodologia di campionamento
adottata, analoga a quella del “Sito Brescia-Caffaro”, con carotaggi di 30 cm, potrebbe aver
diluito notevolmente la contaminazione, fermatasi prevalentemente nella parte superficiale
del terreno (primi centimetri), a maggior ragione trattandosi di coltivazione prativa, di norma
non sottoposta ad aratura.
In questo caso, se si intendevano rilevare le eventuali ricadute da fonti emissive locali, sarebbe stato
probabilmente più utile ed efficace effettuare dei prelievi di terreno superficiali, di 5 cm ed in suoli
stabili, non sottoposti cioè ad aratura e manomissioni, come fu fatto per le campagne precedenti
all’entrata in funzione dell’inceneritore.
La scelta di adottare la “metodologia Caffaro” non poteva dare risultati attendibili e utilizzabili a tal
fine. Semmai è servita per ribadire ulteriormente, se ce ne fosse stato bisogno, l’unicità del “caso
Caffaro” e l’inoppugnabile origine Caffaro del gravissimo inquinamento da PCB, diossine e
mercurio verificatosi nel “Sito Brescia-Caffaro”, come correttamente viene evidenziato nelle
conclusioni dello studio “Pastori POPs”: “Confrontando la situazione riscontrata nelle aree di
proprietà del ‘Pastori’ con altre aree di uso agricolo ubicate al Sud del quartiere Chiesanuova
studiate nell’ambito del sito nazionale ‘Brescia – Caffaro’ per i parametri mercurio, […] PCB e
diossine, il mercurio, così come PCB e diossine, risultano sempre inferiori ai valori di Tabella 1A
[terreni agricoli] nelle Aree Pastori, mentre nelle Aree Chiesanuova [peraltro le meno contaminate
del Sito Caffaro. nda] i 3 parametri sono notevolmente presenti (in particolare le diossine sono oltre
la Tabella 1A nel 97% delle aree)”(Arpa di Brescia, Itas “Pastori e Comune di Brescia,
Caratterizzazione dei suoli…cit., p. 17).
4. I campi contaminati si trovano attorno all’inceneritore
Vediamo, invece, se vi sono degli elementi oggettivi indiziari anche a carico dell’inceneritore,
che inducano a non poter escludere una responsabilità o corresponsabilità di simile impianto nella
vicenda diossine in ambiente a Brescia, al di fuori del “sito Caffaro”.
Per georeferenziare le aziende vittime della contaminazione del latte, prima che venissero
ufficialmente resi pubblici i dati, abbiamo svolto un’indagine sul campo, contattando alcuni degli
agricoltori coinvolti. Da questa indagine informale abbiamo raccolto alcune informazioni sulla
dislocazione dei terreni che sarebbero ritenuti inidonei alla coltivazione del foraggio, perché
contaminati da diossine (il latte sarebbe risultato contaminato oltre i 2 pgTEQ/g di grasso e in 3 casi
oltre i 6 pgTEQ).
I risultati della nostra indagine sono riassunti nella Mappa 2 della zona attigua all’inceneritore con
alcuni dei terreni che sarebbero toccati dalla contaminazione cerchiati in rosso.
VEDI MAPPA 2
http://gendusosindaco.files.wordpress.com/2009/04/diossinelatteariainceneritore.pdf
...segue

La Grecia è vicina? Geograficamente sì!


"Gli investitori si sono assicurati maggiormente contro il default dell'Italia (attraverso il cosiddetto CDS (*) che per ogni altro Stato, secondo la società finanziaria DTCC " (**) che pone l'Italia al primo posto seguita a lunga distanza da Spagna, Germania, Brasile e Grecia. L'Italia è prima grazie al suo enorme debito pubblico. I titoli italiani all'estero si fanno sempre riconoscere...
(*) Il CDS, o Credit Default Swap, è una polizza assicurativa che si contrae contro il rischio di fallimento di uno Stato e quindi sulla possibile insolvenza dei suoi titoli.
(**) Da: "The Economist"

La guerra alla mafia è sempre più simile al Grande Fratello.

"Gioacchino Genchi: "I veri poliziotti che hanno fatto quella cattura (di Nicchi e Fidanzati, ndr) si sono vergognati e se ne sono andati e mi hanno telefonato, mi hanno detto qui stanno facendo uno schifo, perchè hanno organizzato una messinscena davanti alla questura, portando le persone loro, con i pullmann, per organizzare quell'apparente solidarietà alla polizia. Ma vi rendete conto di cos'è l'Italia? Che livello di bassezza abbiamo toccato? Che livello di mistificazione?"" Gennaro Giugliano, Napoli

martedì 8 dicembre 2009

Tabulati, appunti, lacrime: ecco l’archivio di tutti i misteri




Ne "Il caso Genchi" di Edoardo Montolli (Aliberti editore), il consulente delle procure, Gioacchino Genchi, svela nuovi particolari, dalle stragi del ‘92 all’inchiesta Why Not.

di Edoardo Montolli, da "Il Fatto Quotidiano", 8 dicembre 2009

VIA D’AMELIO: LA PISTA SCOTTO

Ciò che gli era da subito sembrato strano era stato il perfetto disegno dell’attentato, preparato nei minimi dettagli, dall’intercettazione volutamente rudimentale della linea telefonica della sorella di Borsellino, all’esplosivo di tipo bellico utilizzato (...). E un’altra cosa, soprattutto, non capiva. Da dove potessero aver azionato il telecomando dell’autobomba i mafiosi, in un luogo chiuso come via D’Amelio. (...). C’era un solo punto da cui la visuale sul posto sarebbe stata perfetta: il Monte Pellegrino. In cima c’era un castello, il castello Utveggio. E dentro, un centro studi. (...). Nei pressi del castello c’erano apparecchiature della Sielte, la stessa ditta per cui lavorava Pietro Scotto, il telefonista che aveva individuato come possibile autore dell’intercettazione a casa Borsellino (...). E che da via D’Amelio fino a dove cominciava a salire il Monte Pellegrino faceva avanti e indietro spessissimo. Pietro Scotto, fratello del boss Gaetano, che sarà condannato per la strage di via D’Amelio. Poi (...) aveva scoperto come in questo centro studi, il Cerisdi, ufficialmente una scuola per manager, si celasse, al tempo della strage di via D’Amelio, una base coperta del Sisde, smobilitata pochi giorni prima che l’indagine arrivasse lì, a dicembre ’92 (...).

LE RIVELAZIONI SU LA BARBERA

“Dopo le accuse di Candura e la confessione di Scarantino”, racconta Genchi, “decisero di arrestare Pietro Scotto, l’uomo che avevo individuato come possibile telefonista per via D’Amelio. Mi parve una cosa assurda. Stava a due passi dal nostro ufficio, era intercettato, avrebbe potuto forse portarci ben più avanti. Perché faceva avanti e indietro da via D’Amelio a sotto il Monte Pellegrino, su cui avevo focalizzato l’analisi dei tabulati. Ci fu una discussione durissima, di fuoco. Continuavo a spiegargli che si doveva aspettare, che non potevamo agire. Glielo ripetevo alla nausea: non arrestarlo, non arrestarlo (...). Litigammo tutta la sera e per buona parte della notte. Ero infuriato: il mancato riscontro sul viaggio di Falcone, l’abbaglio su Maira, e ora l’arresto di Scotto per le confessioni di due personaggi improbabili come Candura e Scarantino che rischiavano di far naufragare l’inchiesta. (...). Fu allora che La Barbera scoppiò a piangere. Pianse per tre ore. Mi disse che lui sarebbe diventato questore e che per me era prevista una promozione per meriti straordinari. Non volevo e non potevo credere a quello che mi stava dicendo. Ma lo ripeté ancora. E ancora. E furono le ultime parole che decisi di ascoltare. Me ne andai sbattendo la porta. L’indomani mattina abbandonai per sempre il gruppo Falcone-Borsellino. E le indagini sulle stragi”.

ROMANO, IL MEDICO CHIAMATO DA SCOTTO

I tabulati scivolano verso gli ultimi giorni di vita di Borsellino. Il 17 e il 18 luglio 1992. “Se davvero le linee del telefono di casa della sorella di Borsellino furono intercettate”, dice Genchi, “c’era da capire (...) se Borsellino avesse accennato al telefono che avrebbe spostato l’appuntamento della visita della madre nello studio del cardiologo dal sabato alla domenica (...) del 19 luglio. Perché se qualcuno ascoltò, allora forse fu davvero così che si seppe dell’arrivo non previsto del giudice in via D’Amelio. (...).L’autobomba non poteva essere portata in via D’Amelio troppo tempo prima. Era stata rubata, c’era il rischio che fosse controllata. E Gaetano Scotto probabilmente necessitava di avvertire, o di essere avvertito da qualcuno, sull’arrivo esatto di Borsellino”.

Ci sono due telefonate dal cellulare del magistrato a casa della sorella, dove stava la madre per andare dal dottore e in cui Borsellino poteva comunicare i suoi spostamenti. Le ultime due: il 17 luglio alle 15,37 e il 18 luglio alle 16,54. “Rilevo alcune telefonate, in orari successivi alle 16,54 del 18 luglio, il pomeriggio prima della strage, dai telefoni di Gaetano Scotto al telefono di casa di un medico. Nell’ipotesi che si era fatta che il telefono di casa della sorella di Borsellino fosse stato intercettato, l’accertamento della natura di queste chiamate, da parte dello stragista Gaetano Scotto, mi sembrava una cosa piuttosto importante. (...). Soprattutto in virtù di quanto aveva iniziato a dichiarare Gaspare Mutolo”.

Già dal 17 luglio 1992, nell’interrogatorio che gli fece Borsellino nel palazzo della Dia, (...) Mutolo (...) aveva accusato una schiera di notabili (...). L’operazione si era diretta contro i capi della Cupola, i Graviano, Gaspare Spatuzza e un dottore in particolare, accusato addirittura di essere un boss di Brancaccio (...), Giuseppe Guttadauro (...), che sarebbe stato il punto di snodo dell’inchiesta su mafia e sanità (...). Ma non fu l’unico medico a essere trascinato a processo. (...) Un altro fu assolto, e non fu nemmeno proposto appello, perché non ci fu una prova di una condotta criminale. (...).

“Il professor Maurizio Romano”, racconta Genchi, “fu a lui che il pomeriggio del 18 luglio 1992 Gaetano Scotto telefonò a casa, dopo che Borsellino aveva chiamato dalla sorella. E la natura di quella chiamata credo fosse assolutamente da accertare. (...)”.

DUE CHIAMATE MAI INDIVIDUATE

“Quello che già rilevai allora”, racconta Genchi, “sono tre chiamate davvero importanti. E riguardano il primo luglio del 1992”. Il pomeriggio del primo luglio è quello dell’incontro tra Mutolo e Borsellino al palazzo della Dia di Roma. Della telefonata intorno alle tre, dopo la quale il magistrato gli avrebbe detto la famosa frase: “Sai Gaspare, devo smettere perché mi ha telefonato il ministro… manco una mezz’oretta e ritorno”. E poi, dice Mutolo, era tornato agitato e disse di aver visto, invece del ministro Nicola Mancino, insediatosi proprio quel giorno, Vincenzo Parisi e Bruno Contrada. Il ministro con cui aveva appuntamento, secondo la sua agenda grigia, alle 19,30. L’episodio di cui l’attuale vicepresidente del Csm ricorda poco o nulla. “Il traffico telefonico di quella giornata di Borsellino”, dice Genchi, “l’avevo analizzato per intero (...). Al pomeriggio, due telefonate ricevute da un cellulare del ministero dell’Interno, alle 14,37 e alle 14,38 della durata di 24 e 9 secondi. Poi, una telefonata da un altro cellulare, alle 19,08, cellulare intestato al ministero dell’Interno,direzione centrale della polizia criminale. Cellulari che mai lo avevano contattato prima. E dei quali,pur essendo intestati al ministero degli Interni, non sono mai riuscito a sapere chi fossero gli usuari. Ora, siccome Mutolo riferisce che Borsellino sostenne che gli aveva telefonato il ministro in persona, non è difficile, se si vuole, capire se fosse vero, trovando l’effettivo usuario. Perché è chiaro che se era stato davvero chiamato dal ministro, poi è difficile immaginare che il ministronon se lo ricordi. (...) Così come utile sarebbe individuare l’usuario del cellulare che chiamò il giudice alle 19,08, dato che alle 19,30 sull’agenda, c’era scritto dell’incontro con Mancino. A questi devono aggiungersi le eventuali chiamate eseguite da utenze fisse e dai centralini, come quello del ministero dell’Interno, che, all’epoca non venivano registrate nei tabulati dei cellulari Etacs. Dubito che il ministro Mancino (...) potesse aver chiamato Borsellino con il proprio cellulare. Le chiamate provenienti dai cellulari, semmai, possono ricondurre all’identificazione dei funzionari di polizia e delle personalità dello Stato e della magistratura, che hanno avuto in quei giorni contatti con Borsellino. Questo, con le agende che sono state recuperate, può essere di grande aiuto alle indagini”.

I TABULATI DI CIANCIMINO

Le telefonate di Massimo Ciancimino: Genchi se n’è occupato recuperandone i tabulati fin dal 1991. Isolando(...)tre telefonate a numeri riservati dei ministeri della Giustizia e dell’Interno, del 9 luglio 1991 e del 3 settembre, quando era cominciato il processo a carico del padre (...). Un’altra telefonata, sempre a un numero riservato del ministero dell’Interno, il 19 gennaio 1992, due giorni dopo la condanna in primo grado di don Vito (...). Come dire che i suoi contatti, lui o suo padre, li aveva ancora. (...) Ed erano contatti, quelli di Massimo Ciancimino, che partivano dalle primavere del ’92 e del ’93 (...) con numerose utenze di interesse che, si dice convinto, (...) potrebbero ancora fornire riscontri alla famigerata trattativa tra Stato e mafia di cui il figlio dell’ex sindaco di Palermo sta parlando ai magistrati(...)C’è un sacco di gente cui chiedere spiegazioni. Specie dopo che Agnese Borsellino è tornata a parlare (...) raccontando ciò che a Genchi aveva detto troppi anni fa: che qualche giorno prima della strage, suo marito le aveva raccomandato di non alzare la serranda della camera da letto, perché avrebbero potuto spiarli dal castello Utveggio. (...).

“Ho delle rivelazioni cruciali da fare su via D’Amelio”,dice Genchi, “Se questa volta a Caltanissetta mi permetteranno di farle, ne sarò felice”.

DALLE STRAGI A WHY NOT

Genchi racconta di aver ritrovato, nell’inchiesta Why Not, gli stessi personaggi sui quali aveva centrato le sue indagini, per la strage di via D’Amelio, intorno al Cerisdi del castello Utveggio, quello dove compariva Gaetano Scotto. “Tutto mi sarei immaginato”, racconta Genchi, “tranne che, dopo aver ritrovato in quest’inchiesta (Why Not, ndr) le telefonate del professor Sandro Musco (professore che aveva un circolo all’interno del Cerisdi, mai indagato, ndr) e senza sapere che (il Ros, dopo il sequestro dell’archivio, ndr) mi avrebbe pure contestato la richiesta dei tabulati dell’avvocato di Bruno Contrada, Pietro Milio, avrei ritrovato anche il terzo soggetto su cui, assieme appunto a Contrada e Musco, si erano concentrate le mie indagini, mai concluse, per le ragioni che ora sa, sulla strage di via D’Amelio: si tratta di Vincenzo Paradiso (la sua persona compare nelle intercettazioni di Saladino, leader CdO Calabria, principale indagato di Why Not, ndr). L’uomo, in futuro leader della Compagnia delle Opere in Sicilia,che stava al Cerisdi,le cui utenze risultarono in contatto con il boss stragista Gaetano Scotto, nel 1992. Ed è qui che l’indagine (Why Not, ndr) è stata bloccata senza che sapessi dove portava. (...) O quasi. Perché quando la revoca è giunta, in realtà, come il Ros di Roma sa bene, io avevo già scritto una parte della relazione”.

OMBRE SULLE TOGHE DI WHY NOT

Questa è la e-mail scritta da Genchi al pm di Salerno, Gabriella Nuzzi, subito dopo la perquisizione, disposta dalla Procura di Salerno, ai colleghi di Catanzaro, che avevano ereditato l’inchiesta Why Not avocata a De Magistris. Di lì a poco, anche la Nuzzi sarebbe stata punita dal Csm, proprio per quella perquisizione, insieme con il suo capo Luigi Apicella e il pm Dionigio Verasani quando ancora era titolare dell’inchiesta sul “caso de Magistris”. Genchi scrive di quanto ha scoperto sul nuovo titolare di Why Not, il sostituto procuratore Alfredo Garbati.

“Come dicevo (...) mi sono accorto dell’esistenza e del riferimento, nei dati da me già elaborati, del cellulare del dr. Alfredo Garbati quando ho letto alcuni stralci del decreto di sequestro del Suo Ufficio. Mai avrei rilevato quello che mi accingo a riferirle, se non fossi stato direttamente chiamato in causa, proprio in relazione all’operato posto in essere contro di me e contro il dr. Luigi de Magistris. Ritengo doveroso portare a conoscenza del Suo Ufficio la significatività dei contatti telefonici del cellulare del dr. Alfredo Garbati con il cellulare di Nicola Adamo (tra i principali indagati in Why Not, ndr) dei giorni (...) contestuali e prossimi alla spedizione dell’avviso di garanzia e alle perquisizioni del febbraio-marzo2007 ad Antonio Saladino e alle audizioni di Caterina Merante. (...)”.

“E allora”,scrive Montolli,“l’uomo che coordina le indagini Why Not a Catanzaro è il più vicino di tutti agli indagati. Nell’inchiesta‘eversiva’.Perché quelli di Genchi sono numeri. E non importa se gli indagati abbiano commesso o meno reato. Importa che quei contatti telefonici tra pm e il suo stesso indagato non possono esistere. Ma c’è ancora di più. Il dottor Garbati era risultato in strettissimi rapporti con l’onorevole Marco Minniti, nell’ordine di diverse centinaia di telefonate. Un dato fondamentale, se si considera l’arrivo delle scottanti intercettazioni su Marilina Intrieri, giunte da Crotone per essere inglobate in Why Not e in cui molto si parlava di Minniti. Ma tutto questo ancora non basta. Perché il 17 febbraio del 2009 si presenta da Gioacchino Genchi un giornalista calabrese, collaboratore de L’Espresso, Paolo Orofino. Gli porta un cartaceo, un doppio cartaceo (...). Si tratta della prima relazione di Alfredo Garbati a Jannelli su cosa farà di Why Not. Documento straordinario. Per prima cosa, spiega Garbati che su Mastella sono già tutti d’accordo e che bisogna muoversi a stabilire cosa fare anche con Pittelli, perché Pittelli, con cui Garbatirisulta addirittura in contatto, si deve presentare alle elezioni e non può portarsi dietro una ‘macchia’. Bisogna muoversi a dargli una risposta: in un’Italia dove la gente crepa in prigione mentre i magistrati di sorveglianza sono in vacanza, c’è anche qualcuno che si preoccupa prima di ogni altra cosa di non farcosa sgradita ai suoi indagati. Si vede che la giustizia, finalmente, sta cambiando”.

AFFARI, POLITICA, GIUSTIZIA

Achille Toro è il procuratore aggiunto di Roma che ha sequestrato l’archivio Genchi. Scrive Montolli: “I contatti sospetti di Toro (...) all’interno dell’archivio non sono solo con Giancarlo Elia Valori, imputato nello stesso ufficio che lui codirige; Elia Valori socio di Caltagirone,nel consorzio Blu,e coimputato nel relativo processo, istruito dallo stesso ufficio che lui codirige; Elia Valori legato allo stesso Caltagirone e a Ricucci, nelle stesse scalate su cui lui indagava (...); Elia Valori legato al banchiere Geronzi, su cui Achille Toro stesso indagava; (...) No. I contatti sospetti di Achille Toro sono pure altri. (...) Toro potrà avere l’ardire di raccontare che quando ha preso l’archivio Genchi non ricordava le sue telefonate con Elia Valori, indicato da De Magistris come presunto capo della massoneria contemporanea e di cui avevano parlato alcuni giornali italiani (...). Magari (...) Toro non ha ricevuto le intercettazioni di Ricucci, che lui stesso indagava, con Elia Valori (...), può dire di non avere riconosciuto il numero di Elia Valori, che lui componeva spessissimo, nello stesso periodo in cui Ricucci lo chiamava.(...)Potrà dire di non averlo manco aperto, l’archivio, e di non sapere che c’era una cartelletta a suo nome (...). Potrà dire che un conto è che suo figlio Stefano abbia avuto un incarico dal ministro Mastella, nello stesso momento in cui Mastella stava per essere indagato nell’inchiesta fatta da Genchi, un conto è che lui stesso fosse capo di gabinetto nel ministero dei Trasporti di quel governo, e un conto è che lui possa sequestrare tutto a Genchi”.

(...) “Ciò che Achille Toro non potrà mai dire è che ignorava che nell’archivio Genchi ci fosse un altro numero ancora. (...) Il numero di una persona che il telefono di Achille Toro, di sua moglie e di suo figlio Stefano, componevano spessissimo, addirittura dal lontano 2003: il numero dell’onorevole avvocato senatore Giancarlo Pittelli (...). Le cose cominciano a essere più chiare. Giancarlo Elia Valori, su cui si stava incentrando l’inchiesta di De Magistris, (...) è legato a doppio filo all’avvocato Giancarlo Pittelli, parlamentare di Forza Italia, tra i principali inquisiti dal magistrato. Entrambi sono amici (...)del procuratore aggiunto di Roma Achille Toro (...)”.

Sabato 12 dicembre: tutti con l’ombrello davanti alla Fontana del Valli per ripararci dall’acqua privata!





Con il recente decreto Ronchi Pdl e Lega Nord hanno varato una legge l’iter che porterà alla privatizzazione dei servizi pubblici, in primis di quello dell’acqua con conseguenti rincari, scarsa manutenzione delle reti. Un bene comune, quello dell’acqua, come lo ha definito lo stesso Papa che viene messo a repentaglio. Un bene comune. l’acqua che è l’essenza stessa della vita.

In difesa dell’Acqua Pubblica e la gestione pubblica e trasparente delle reti idriche il MoVimento 5 Stelle-Beppegrillo.it vi invita a ritrovarsi tutti in Piazza Martiri 7 Luglio sabato 12 dicembre davanti alla fontana del Teatro “Valli” dove svolgeremo un “flash mob” di cittadini.

Il luogo scelto non è casuale. In questo luogo infatti nel novembre 1885 fuoriuscì dalla pavimentazione e venne illuminato da fasci di luce il primo zampillo d’acqua di quella che si trasformò poi nella fontana del Teatro Municipale. La cerimonia di inaugurazione nel novembre 1885 si svolse in occasione dell’inaugurazione dell’ACQUEDOTTO COMUNALE donato alla città da Ulderico Levi.

Data: 12 dicembre 2009

Luogo: Piazza Martiri 7 Luglio di fronte alla Fontana del Teatro.

Ora di ritrovo: ore 11.30 – fine manifestazione ore 12 circa.

Cosa portare: portate tutti un ombrello – seguiranno istruzioni da parte degli organizzatori del flash mob.

ADERISCI AL FLASH MOB ACQUA PUBBLICA ED INVITA I TUOI AMICI SU FACEBOOK (facciamo rete, pochi minuti del tuo tempo sabato 12 per dimostrare che i cittadini NON MOLLANO E RESISTONO CONTRO LE FOLLIE! )

lunedì 7 dicembre 2009

Tiriamo le somme e mettiamoci la faccia



Il numero delle persone che aiutano le iniziative di “Ecco Cosa Vedo” stanno crescendo in una maniera stupefacente. L’esplosione è così rapida da non potere fare dei piani a breve termine. Aumentano gli scrittori che collaborano nel blog e gli amici che ci aiutano online ad amministrare la pagina. In un mese di vita, il gruppo di Roma si sta già organizzando per spostarsi in una sede più grande. Tutto, come sempre, senza chiedere favori a nessuno e senza investire un euro. Al contrario, sono sempre di più quelli che iniziano ad interessarsi a noi, incuriositi dal movimento di persone che coinvolgiamo. Perché vengono coinvolte così tante persone? E in che modo?

Alla manifestazione decine di persone mai viste mi riconoscevano: “Sei Marco Canestrari!”. Era gente comune, con bandiere di ogni colore che veniva a farmi i complimenti, a ringraziarmi e a incoraggiarmi a continuare in questa direzione. Madri di famiglia con il bambino in carrozzina e anche ragazzi giovani che mi seguono in rete da chissà quale parte d’Italia. E’ da tutti loro che nasce lo spirito che ci fa andare avanti. Siamo tutti volontari e facciamo questo sacrificando tempo al lavoro e stringendo la cinghia. Un piccolo gesto, un sorriso, uno sguardo ci fanno capire che ci stiamo muovendo nella direzione giusta.

Alla fine non mi hanno fatto parlare sul palco alla manifestazione. Non voglio addentrarmi nelle questioni organizzative del NBD per cercare colpe o sbagli. Quello che conta è che in pochi giorni, con la forza del vostro supporto (soprattutto votando la mia proposta di intervento con mille accessi in un solo giorno), abbiamo dimostrato per la prima volta a tantissime persone addentrate nel settore, che la volontà degli utenti della rete conta e si fa sentire. Chi prende decisioni per tutti, arbitrariamente, senza essere rappresentato, inizia a sentirsi in imbarazzo e a cedere di qualche passo di fronte alla pressione di migliaia di persone.
Stiamo facendo da apristrada e da scuola. E’ un bel messaggio dire che da un processo democratico della rete si aprono delle piccole finestre. Dare degli esempi di questo, fare vedere a tutti che si può fare e abituare tutti a fare così per le prossime volte. Stiamo cambiando pian piano le cose e alcuni iniziano ad imitare qualche aspetto della nostra gestione. Vedendo questi risultati, molti gruppi, blogger e organizzazioni saranno stimolati e incentivati a fare partecipare gli utenti e creare energia dal basso se vogliono stare al passo. Devono impegnarsi a farvi partecipare il più possibile, non escludervi dalle decisioni e darvi anche dei contenuti che vi servono. E vi sembra poco?!

Sono giornate intense e concitate. Allargando i contatti come una rete, (2000 nuovi fan in più nelle ultime 2 settimane) i cambiamenti si avvertono nell’arco di giorni o addirittura ore. Ragazzi, stiamo gettando le basi, il terreno è fertile e i semi sono buoni… Se non è questa, sarà la prossima volta, intanto noi ci mettiamo la faccia!